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Vittoria

Ho assistito con molto entusiasmo e con uno spirito da curiosone alla partita delle nostre ragazze della squadra calcio del nostro territorio che hanno battuto 15-0 le loro rivali. Incontro valido per la prima giornata del campionato di terza serie. Partita disputata alle ore 15 presso il campo sportivo del mio paese. E’ la prima volta che vedo le donne giocare e non credo che sarà la prima e l’ultima volta… sono tornato a casa felice perchè ho vissuto un bel pomeriggio. Tifo sano e partita all’insegna della correttezza tra le giocatrici. Ho parlato un pò con le persone. Tifosi locali ma anche quelli ospiti che incoraggiavano le proprie beniamine che hanno perso solo nel risultato. Per me oggi ha vinto lo Sport e il Calcio. Quella disciplina che amo ma che vorrei tanto avesse anche una valenza per la parte femminile ignorata dai media e che non vuole proprio conoscere il diritto sacrosanto di una ragazza di inseguire il suo sogno giocando a pallone. Perchè vedere giocare le donne a calcio è ancora una sorpresa, qualcosa di insolito. Ma dovrebbe essere la normalità. Dovrebbe essere normale che a certi livelli a queste campionesse gli si riconosca certi diritti che ancora latitano come il professionismo e tutti i suoi benefici sportivi e di carattere sociale che ahimè stanno ancora conservati in qualche angolo buio del nostro presente e influenzato Sport. Perchè dare un futuro al calcio femminile in Italia non deve essere un sacrifico o un impegno gravoso. Non deve essere un peso o una sofferenza. Perchè le ragazze come gli uomini compiono gli stessi sacrifici, vivono delle stesse emozioni, vivono la sconfitta o il successo allo stesso modo. Si nutrono della stessa felicità. In Italia siamo Uguali ma ancora non c’è ne accorgiamo… Ho ascoltato storie di ragazze che come tutti tra studio e lavoro dedicano anima e corpo al loro sogno di giocare a calcio… Un sogno che non può essere stroncato dal superficialismo che viviamo nel seno della nostra civiltà. Vedere la felicità delle atlete mi ha riempito il cuore…

Siamo tutti Uguali, ma ancora non c’è ne siamo resi conto…

Raffaele

Ferita aperta

foto tratta dal web
foto tratta dal web

Sono passati 70 anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz. Liberazione del male imprigionato negli occhi dei sopravvissuti alla Shoah, alla immensa tragedia che non ha colpito non solo ebrei, ma anche intellettuali polacchi, prigionieri russi, rom… Liberazione dalle sofferenze ideologiche e sociali, liberazione della libertà di guardare un cielo stellato in aperta campagna. Ferita ancora aperta sull’umanità. “Per non dimenticare” ma anche per riflettere, pensare e meditare sulla pazzia umana, sul disagio morale e etico, fin dove la crudeltà dell’uomo costeggia lidi dell’anima inesplorati. L’umanità intera si stringe intorno a struggenti e incatenati ricordi della storia. Un segno profondo 70 anni.

Ho visto parecchi film e documentari su queste tematiche della persecuzione razziale, il film quello più bello: “The Schindler list”. Due anni fa lo guardai insieme ai miei genitori. Mai più. Personalmente, non ci riesco, non voglio essere un insensibile, altrimenti non avrei scritto questo articolo. Soffro della sofferenza degli altri. La cruda verità mi fa male. Non ci voglio credere, un incubo assurdo. Da allora ogni volta che ricorre questa “evento” non faccio altro che costellare la mia mente di stupide, ingenue, autoreferenziali domande, quesiti senza una apparente risposta: “Perché Dio ha permesso ciò? Quanto hanno patito questi martiri? Perché io vivo qui ora e non tanti anni fa? Quale soluzioni si potevano attuare per fermare questa carneficina? Che fortuna ho io di vivere in questa età? Ecc.

Come ogni anno, rifarò il medesimo post sul blog, e mi rifarò le stesse domande. Non si può far finta di niente. Se penso ai poveri fanciulli… Niente scusatemi, sono un ragazzo troppo emotivo. Non possiamo neppur per un istante “metterci nei loro panni”, la tragedia è soggettiva, come la morte. Ho ancora in pressa nella mente alcune sequenze de “La vita è bella” una delle poche volte che ho pianto per un film.

Il mio cuore piange, ancora, se penso che tutt’ora, in questo inquinato mondo, esistono ancora movimenti antisemiti, xenofobi, disumani. E forse la Shoah non si è conclusa con la cessazione dei campi di sterminio. Sterminio… chi siamo noi, gente fatta solo di carne e ossa, a strappare la vita di un innocente e buttarla nel fuoco del disprezzo e della vergogna? In Africa come nel mondo, guerre tra religioni e popoli; in medio oriente con l’Isis…il male ha ancora i suoi seguaci. Non spegniamo la luce, la piccola fiammella della speranza… seminiamo pace e carità, combattiamo con le parole e non con le armi, fermiamo con la diplomazia queste stragi… “Le parole tranquille sono quelle che generano tempesta.”

 

 

Stasera se vi interessa su Rai5 alle 21.00  “Tutto ciò che resta – Concerto per la memoria”.

Una buona serata amici

Per un pò di coraggio

foto tratta dal web
foto tratta dal web

Sabato 15 Novembre. Un giorno come tutti gli altri. Tugce si reca presso un rinomato fast food nella piccola cittadina di Offenbach, vicino a Francoforte. Bisogna divertirsi un po’, la sua età, 23 anni, ne richiede. Sta con delle amiche, passare una bella serata in compagnia. Durante la serata, all’interno del locale Tugce avverte dei strani rumori provenire dal bagno. Incuriosita si reca subito e si trova davanti ai suoi occhi dei balordi che stavano molestando due innocenti ragazzine. Non se ne frega, avrebbe potuto girarsi dall’altra parte e fischiettando facendo finta di non aver visto,  ne sentito niente. “Mi lavo le mani”. No il suo dovere civico o semplicemente il suo amore verso chi è in difficoltà le impone di aiutare le due ragazzine. Si “Intromette” e riesce a salvarle. Sembra finita, invece no. Il sangue ribolle ancora nel gruppo di balordi. L’aspettano all’uscita. “Non doveva fare la paladina della giustizia”. Forse era il loro giudizio. Tugce esce dal locale forse diretta verso casa e qui succede che uno del gruppo: un diciottenne di nome Sanel gli sferra dritto un pugno, stendendo la ragazza al suolo. Le telecamere di sorveglianza riprendono l’accaduto e permetteranno agli inquirenti di fare le loro analisi e valutazioni e di riscostruire i dettagli della scena. Viene subito “soccorsa”… diciamo così. Le sue condizioni sono  gravi. Si organizzano nella cittadina veglie di preghiera e fiaccolate in sostegno della povera Tugce. Morirà 15 giorni dopo. Il giorno del suo compleanno. Non si può spezzare una vita, bruciare una intera e dolce esistenza per un evento del genere per colpa di alcuni “deficienti” che non sapevano come divertirsi quella sera. Spero che la giustizia tedesca faccia il suo corso. Tugce ha fatto ciò che il suo cuore e la sua mente chiedevano: “Aiutare le due povere ragazzine” senza pensare alle conseguenze, il presente prima di tutto. Un gesto, uno solo. Non sarà mai vano. Ma le due ragazzine salvate dalla povera fanciulla? Scomparse. “Mia figlia vi ha salvato. Ha fatto di tutto perché non vi accadesse nulla. Forse si è addirittura sacrifica per voi. Per questo vi prego, andate dalla polizia e rilasciate la vostra testimonianza. Tugce non tornerà più, ma voi glielo dovete: testimoniate!” Queste sono le strazianti parole del padre. L’omertà rischia di uccidere due volte la memoria, una semplice testimonianza, nulla più. La paura di dire la verità, la paura di uscire da quel vincolo buio dove si sono nascoste. “La verità è una scelta” ma è anche un dovere e un atto di coerenza verso il prossimo. Non possiamo permetterci di giudicare, di fare i bacchettoni, non siamo nel pensiero delle due ragazzine violentate. Il tempo diramerà le sue sentenze. La storia dirà che Tugce è una piccola eroina della nostra età. Riposa in pace.

Dammi al vento che mi porti via

foto tratta dal web
foto tratta dal web

 

«Cara mamma,
oggi ho scoperto che è arrivato il mio momento di affrontare la Qisas (la legge del taglione in Iran, ndr). Mi fa male pensare che tu non mi abbia informato che ero arrivata all’ultima pagina del libro della mia vita. Perché non me l’hai detto? Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di mio padre?

Il mondo mi ha concesso di vivere per 19 anni. Quella notte terribile sarei dovuta essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in qualche angolo della città e dopo qualche giorno la polizia ti avrebbe portato all’obitorio per identificarmi e solo in quel momento avresti capito che sono anche stata stuprata.
Non avrebbero mai trovato l’assassino visto che non siamo ricchi come lui. Tu avresti vissuto soffrendo e vergognandoti e saresti morta per colpa di questo dolore.

Con quel “maledetto colpo” la mia vita è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato da nessuna parte, ma nella tomba della prigione di Evin e della sua sezione di isolamento. Poi in quella di Shahr-e Ray. Ma arrenditi al destino e non lamentarti: tu sai bene che la morte non è la fine. Proprio tu mi hai insegnato che si vive per fare esperienze e imparare. Ogni persona che nasce ha sulle spalle una responsabilità. Ho imparato che a volte bisogna lottare.

Mi ricordo quando mi hai detto che l’uomo che guidava la carrozza ha protestato contro l’uomo che mi stava fustigando, ma poi mi hai detto che lui l’ha colpito con la frusta in testa e in faccia, ed è morto. Mi hai insegnato che se uno crede in un valore ci deve credere fino alla morte.

Quando andavo a scuola mi hai insegnato che dovevo sempre comportarmi “come una signora” davanti alle discussioni e alle lamentele. Ti ricordi quanto ci tenevi a questa cosa? Questo tuo insegnamento è sbagliato. Quando mi è successo questo incidente, il tuo insegnamento non mi è stato d’aiuto. Come mi sono presentata davanti alla corte mi ha fatto sembrare un’assassina fredda e premeditatrice. Come mi hai insegnato tu non ho pianto, non ho implorato perché credevo nella legge.

Ma sono stata anche accusata della mia indifferenza davanti a un crimine. Tu lo sai, io non ho mai ucciso neanche una zanzara, per liberarmi dagli scarafaggi li sollevavo prendendoli dalle loro antenne. E ora sono diventata un’assassina volontaria. Il modo in cui trattavo gli animali è stato interpretato dal giudice come un comportamento maschile, ma non si è nemmeno preoccupato di notare che nel momento dell’incidente avevo lo smalto.

Che ottimista colui che crede nella giustizia. Il giudice non hai mai contestato il fatto che le mie mani non sono ruvide come quelle di uno sportivo, di un pugile. E questo Paese che amo grazie a te, non mi ha mai voluto. Nessuno mi ha sostenuto quando incalzata dagli inquirenti piangevo e gridavo per quei termini così volgari. Quando ho perso anche il mio ultimo segno di bellezza rasandomi i capelli, sono stata ricompensata: 11 giorni di isolamento.

Cara mamma, non piangere per queste parole. Il primo giorno in cui alla stazione di polizia un agente vecchia zitella mi ha schiaffeggiato per le mie unghie, ho capito che la bellezza non è per quest’epoca. La bellezza di un corpo, dei pensieri, dei desideri, degli occhi, della bella scrittura e la bellezza di una voce.
Cara mamma, i miei ideali sono cambiati e non è colpa tua. Le mie parole sono eterne e le affido a qualcuno così quando verrò impiccata da sola, senza di te, saranno date a te. Ti lascio queste parole scritte come eredità.

Comunque, prima della mia morte, vorrei qualcosa da te. Qualcosa che mi devi dare con tutte le tue forze. In realtà è l’unica cosa che voglio da questo mondo, da questo Paese e anche da te. Lo so che hai bisogno di tempo per questa cosa, ti prego non piangere e ascolta. Voglio che tu vada in tribunale e dica a tutti la mia richiesta. Non posso scrivere questa lettera dalla prigione perché il capo non l’approverebbe mai, soffrirai ancora per me. È una cosa per cui potrai anche implorare, anche se ti ho sempre detto di non implorare per la mia salvezza.

Mia dolce madre, l’unica che mi è cara più della vita, non voglio marcire sottoterra. Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventino polvere. Prega perché venga disposto che non appena sarò stata impiccata il mio cuore, i miei reni, i miei occhi, le mie ossa e qualunque cosa possa essere trapiantata venga data a qualcuno che ne ha bisogno, come un dono. Non voglio che il mio destinatario conosca il mio nome, o che mi compri un mazzo di fiori o che preghi per me. Dal profondo del mio cuore ti dico che non voglio una tomba su cui tu puoi piangere. Non voglio che tu ti vesta di nero, fai il possibile per dimenticare questi giorni difficili. Dammi al vento che mi porti via.

Il mondo non ci ama, non ha voluto che si compisse il mio destino. Mi arrendo a esso e accetto la morte. Di fronte al tribunale di Dio accuserò gli ispettori, accuserò i giudici della Corte Suprema che mi hanno picchiato e minacciato. Accuserò Dr. Farvandi, Qassem Shabani e tutti quelli che per colpa della loro ignoranza o delle loro bugie mi hanno messo in questa posizione e ucciso i miei diritti oscurando che a volte quello che sembra verità non lo è. Cara mamma dal cuore tenero, nell’altro mondo saremo io e te gli accusatori e gli altri gli accusati. Vedremo cosa vuole Dio. Vorrei abbracciarti fino alla morte.
Ti amo,
Reyhaneh».

Il 25 Ottobre nel carcere di Teheran in Iran la giovane 26enne Reyhaneh Jabbari è stata giustiziata per impiccagione. Colpevole di aver ucciso pochi anni fa, non ancora ventenne, un uomo che la voleva violentare. A nulla è valso la mobilitazione internazionale, neanche le preghiere del nostro Papa Francesco sono servite.
Sono stufo che le donne ancora nel nuovo millennio, specie nel mondo islamico, siano trattate come “oggetti senza anima”, “cose” utilizzati per soddisfare i propri “bisogni sessuali”, sfornare figli a volontà, oggetti e cose senza un’anima, senza nemmeno premettere a loro un minimo livello di istruzione. Non vado oltre…
Ha sacrificato la propria vita per la VERITA’ e la giustizia ( definiamola cosi)
ha salvato la propria DIGNITA’, consapevole del suo destino, ormai scritto, avrebbe potuto fare un passo indietro e salvarsi… ma non lo ha fatto, mai una volta in questa anni passati in prigione. Lei è un eroe del nostro tempo. Si è sentita ledere la sua libertà e gli anno massacrato i suoi diritti, ha accusato tutti, questo sistema marcio… “Il mondo non ci ama”…La lettera è di una umanità e umiltà struggente, scritta per la propria madre, pochi giorni prima dell’esecuzione capitale. Forse, per me è la prima volta che leggo un “inno alla vita” di questa portata.
“Dammi al vento che mi porta via” …riposa in pace piccolo Angelo!!!