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Lacrima

Fermo. Immobile a guardare la tua foto. Un piccolo mazzo di fiori profuma questa mattina. Una piccola luce si sforza di illuminarti. Sono passati undici anni. Sono passati undici anni da quando, a soli ventidue anni, sono diventato orfano del padre di mio padre. Ma nonostante tutto questo tempo che mai sembra essere lontano ci incontriamo di notte dentro un sogno. Fermo. Immobile. Non riesco a trattenere le lacrime, anche ora mentre ti scrivo questo pensiero. Forse esse mi permettono di parlare ancora con te. Forse esse sono la testimonianza del tuo amore donato sin dalla mia infanzia quando con la 124 mi accompagnavi a scuola o passavamo la sera a parlarci e a conoscerci sempre di più davanti al caminetto. Quando provo a incontrarti attraverso il mio cuore provo a non usare il passato. Sei sempre presente, qui con me anche quando contemplo un tramonto o nel sorriso di un bambino dell’oratorio. Continui ad esserci nella mia Vita e sento la tua presenza anche quando arriva l’inverno tra i miei pensieri, anche quando cado e mi ferisco perchè il destino a volte ci disegna orizzonti ancora inesplorati. E quel destino che ha voluto che io ti salutassi per l’ultima volta in quel giorno d’estate appena rientrato da Modena. E non credo sia un caso che ci chiamiamo con lo stesso nome e cognome… come se fossimo uniti, per sempre ad un unica Vita.

Ciao Nonno!

Tua filosofia

foto tratta dal web

“Spavaldo nelle mie inconsuete confessioni che liberano e scagionano la primavera che sembra ritornare sui suoi passi, non sono un bugiardo nel riferire dell’incantato timore nell’amore una promessa sgualcita dalle lacrime del tempo che ha perso i suoi attimi a ridosso di una ruga che modella la mia storia da qui alla quiete eterna.
Semmai le confessioni di gemme e fiori, di ricordi e rancori, di neve e sabbia avessero le loro simili sembianze allora vivrei dolcemente alle sponde del nostro sorriso, i miei passi, ancora incerti, cercheranno l’equilibrio tra i sospiri e le traduzioni della tua filosofia…”

 

Buona Vita 🙂

Raffaele

L’ultimo bacio

foto tratta dal web
foto tratta dal web

 

 

 

 

Cerchi riparo fraterno conforto
tendi le braccia allo specchio
ti muovi a stento e con sguardo severo
biascichi un malinconico Modugno
Di quei violini suonati dal vento
l’ultimo bacio mia dolce bambina
brucia sul viso come gocce di limone
l’eroico coraggio di un feroce addio
ma sono lacrime mentre piove
piove
mentre piove
piove
mentre piove
piove
Magica quiete velata indulgenza
dopo l’ingrata tempesta
riprendi fiato e con intenso trasporto
celebri un mite e insolito risveglio
Mille violini suonati dal vento
l’ultimo abbraccio mia amata bambina
nel tenue ricordo di una pioggia d’argento
il senso spietato di un non ritorno
Di quei violini suonati dal vento
l’ultimo bacio mia dolce bambina
brucia sul viso come gocce di limone
l’eroico coraggio di un feroce addio
ma sono lacrime
mentre piove
piove
mentre piove
piove
mentre piove
piove…

L’ultimo bacio, Carmen consoli

Giornata mondiale del bacio

Raffaele

Treno

foto tratta dal web
foto tratta dal web

 

Alcuni miei amici mi dissero, in maniera confidenziale “Raffaele, il treno passa una volta sola… per certe occasioni”. Seguendo la mia esperienza di vita posso correggere la loro saggia opinione in “I treni presi dal sottoscritto sono passati più volte…” Ho preso molto treni, in questa tumultuosa vita, munito solo di una carta di identità e una bottiglietta di acqua naturale. Le valigie con i miei indumenti e maschere le ho lasciate a casa. Semplicemente perché non mi andava o per solo principi o vago senso di libertà. Sono salito a bordo ma alla prima fermata sono sceso, senza pensarci su, senza apparenti timori reverenziali, scatenando l’ira del mio irascibile tempo.  Ho chiuso gli occhi e mi sono ritrovato nudo in un mondo vecchio e opaco, un mondo non alle mie latitudine. Che idiota, solo a pensarlo. La vita mi ama, sono che la tradisco aspettando invano promesse da altri mondi. Sono tornato a casa a piedi, nell’inverno delle mie emozioni. E’  ho ricominciato di nuovo a tessere una lunga serie di ferite e lacrime tanto per stare a passo con la mia vita. “Non sono ancora pronto per un lungo viaggio” oso osservare alla mia coscienza. Non profetizza nessuna parola, stanca anche lei del mio naturale declino. Non sono ancora pronto a uscire di casa se fuori piove, ne per mettermi in gioco in una roulette, ne per far respirare la mia anima che sa chiuso, ne per provare a disegnare nuovi orizzonti. Impietrito davanti a una finestra osservo il tempo che fu, che mi richiama e mi sussurra parole che ancora non riesco a capire. Antepongo i miei screzi d’umore alle bellezze del Creato, le mie fragilità a un sorriso innocente di un amico. Sto riprovando, in questi ultimi giorni a rialzarmi dal coma sociale e prendere ancora una volta il treno che passa dinnanzi al mio paese. Non so se porterò con me un documento di identità… non mi riconosco in quella foto e in quei tratti somatici. Ma non posso, non partirò più per il semplice fatto che i biglietti sono esauriti, sia per la prima che per la seconda classe. Mi tocca ,allora, fare l’autostop, la destinazione è sconosciuta, mi lascio trasportare dal vento di scirocco che pettina le nostre colline e rischiara in me un mio dolce sentimento…

Me…

E poi mi ritrovo a pensare a silenzi incustoditi in balia di chissà quale naufragio interiore. Stupito del mio carattere ma… basta cambiare una lettera all’aggettivo per sentirsi… stupido dentro. Non parto, non ora almeno. Preferisco restare muto e fermo nella mia loquace e retta solitudine. Ed è proprio quando si è in compagnia che ci si sente soli. Soli con le spalle al muro e a volte non capisci il perché, il perché di tutto, il perché del niente, dell’irrimediabile, un perché inconscio e idiota senza un valido scopo. Il vento latita e non prova a smussarmi angoli della mia mente in cerca di risposte a volte mai cercate per il semplice fatto che sono nato pigro. Il mio posto nel mondo c’è ma resta immobile, granitico sul suo posto, come se provare a cambiare posizione fosse un ingiuria al tempo che di certo non può più aspettarmi.

Mi avvicino ai trent’anni, un buon traguardo. Un terzo di vita, se tutto andrà bene e se Qualcuno lassù non mi rivoglia indietro, l’ho conseguito. L’anno prossimo spegnerò 28 candeline e ogni candelina racconterà una storia a sé. Sento ancora l’eco dell’infanzia dentro me. Uno schiaffo forte sulla guancia destra, giusto il tempo per stordirmi un po’ e ad ammorbidire la pelle di un viso che ne ha passati di tutti i colori. Predominato dai instancabili brufoli, ai baci dei nonni e di mia madre, e a quello di qualche occasionaria ragazza. I miei occhi spenti e vagamente gioiosi hanno filmato una vita sulle note di un classico di avventura. Non ai livelli di Indiana Jones, certo, ma movimentata senz’altro. A volte, i miei occhi ho dovuti chiuderli per non far vedere al mondo ciò che non sarei mai diventato. Produttrici efferate di lacrime perenni, lacrime tossiche che puntualmente ho provato a berle. Mi fanno schifo il loro sapore, non sanno di niente. Ho lacrimato assiduamente solo quando il mio mondo non girava nel mio verso preferito, quando non riuscivo a cogliere la palla al balzo per momenti particolari… ma quando intorno a me la sofferenza nidificava ho chiuso i rubinetti e o fatto finta di nulla, le ho preservate a destinazioni future con maggiore incidenza di prosperità.

Un opportunista, un manipolatore di pensieri, un falsario di sentimenti, un illusionista di buone occasioni, un mendicante di poesie senza un lieto fine, un buon a nulla… ecco cosa sono, ecco cosa dovrebbero scrivere sulla mia carta di identità alla voce “mestiere”.