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Leggenda metropolitana

Leggenda metropolitana, sfarzosa vita. Campagna elettorale scontrosa e lamentosa, accentuata a conversazioni lentigginose mentre sorseggio dell’alcol acrilico prima di fumarmi un altro tuo giovane segreto. Stivali da cowboy e giacca da uomo su misura per redimere un opinione tagliente, scaltra, brillante, veicolante che seduca la pulizia sofisticata delle mie eleggibili parole pandemiche. Preambolo di un luogo pulito e poco accogliente per farti scomparire nel sarcasmo di queste facoltose parole. Una impronta, un’ombra sterile per attirarti turista delle mie membra. Stimolante ed e elitaria mia insicurezza di proteggerti a ridosso di un compiacente e gemente gioco di sguardi, ortodossi nello specchiarsi e non decifrarsi di fronte a una rapinata memoria… monogamia di complicanze attraenti…

Raffaele

Nessuna ragione

Nessuna ragione, nessuno mi ascolta, “Cazzi miei”, nessuno che mi copre le spalle, una ruga appena nata su questo viso ancora vergine. Ho perso il conto dei miei anni: clandestini in ogni loro latitudine, abitudine nel contare i miei passi nell’ombra di un respiro stroncato da questo freddo ancora in vena di sorrisi amabili e distesi. Chiudo il mondo a metà, lascio aperto uno spazio infantile per le tue labbra… non si sa mai, quel che resta, c’è da fare un pò di pulizia tra i miei pensieri. Non è ancora il tempo di evadere dal mio cuore… mi dicono che non è niente, oggi mi dimentico di me stesso, chi starà meglio? Un bicchiere di vino rosso da riempire…

Raffaele

Me stesso

Me stesso, sempre e comunque. Anche quando posso sembrare noioso, pessimista, poco altruista, ingenuo, troppo sofisticato nelle mie poesie, quando posso sembrare bugiardo, ipocrita, meschino, quando non mi ritengo un bel ragazzo, anzi la mattina ignoro il mio volto davanti a uno specchio, quando ho il timore di professare i miei sentimenti davanti a una ragazza che forse non si è accorta del mio amore, quando non capisco e non scorgo i lineamenti veri e sublimi della nostra esistenza, quando bestemmio contro il destino, quando mi sento in lui solo e soltanto un manichino, quando ho paura di prendere freddo o di scorgere piccoli ed esili cristalli di luce da un cielo ancora sconfinato per le mie parole ancora troppo tiepide per far innamorare un angelo… ma sempre comunque me stesso e non mi spoglierò mai della mia povertà, io resto qua!

Oggi ho perso le chiavi di casa.

Raffaele

Altrui Esempio…

Risse, scontri fisici e verbali, insulti, bestemmie, blasfemie. Dai campetti dell’oratorio fino al grande palcoscenico della Serie A. Sembra Utopia ma è la pura realtà. Agli Sportivi sembra essere concesso di tutto. Un privilegio da svilire nella più antica retorica. L’arte di essere Soggetti privilegiati fin dentro la più antica morale scombussolata e messa soqquadro. E i giovani, i bambini li incollati davanti alla televisione a guardare questo bel spettacolo in prima serata. Come se fosse uno Sport nello Sport insultare l’arbitro (reo di aver commesso degli imperdonabili errori e aver assunto uno scarso metro arbitrale), sfidarsi partita dopo partita in una resa dei conti stile duello western o proferire parole “dolci come il miele” durante una prestazione sportiva, liti e incomprensioni tra allenatori e giocatori… insomma il menù calcistico italiano è sempre ricco di succulenti e appetibili idee… e i bambini che stanno a guardare un pò come mi successe quando con l’Azione Cattolica portammo i nostri ragazzi a vedere una partita allo stadio e quest’ultimi attratti da “piacevoli conversazioni” provenire dagli spalti…

Serve che i protagonisti del nostro Sport rivedano un pò i propri “codici deontologici” perchè forse si attua un abuso dei propri poteri e si sfocia in maniera irreversibile dentro un mondo che forse è meglio non pagare il biglietto… Come il rispetto della divisa, il rispetto delle istituzioni, ognuno nel proprio lavoro deve portare una sacra osservanza della sua vocazione.

L’agonismo non può e non deve essere una scusa per scatenare nel proprio lavori i relativi lati oscuri. “Per mia colpa, mia colpa mia mi grandissima colpa” anche io nel ruolo di educatore ho fatto fatica per quasi 15 anni ad essere un esempio per i miei ragazzi ma nelle mie fragilità ho cercato di comportarmi bene per il bene loro ma io sono un semplice volontario molti in realtà vengono pagati e non sempre la autodisciplina segue binari lineari.

Non è un post di condanna verso il mondo del calcio che tanto continuo ad amare ma in virtù del mio amore smisurato nei suoi confronti ma quando vedo questa debolezza dell’animo venire fuori quasi come se tutto fosse ormai lecito, come se inveire tra giocatori è qualcosa del tutto accomodante… Che esempio diamo noi educatori, sportivi e anche genitori se in primis non accettiamo che ogni nostri piccolo gesto è sotto la lente di ingrandimento dei nostri piccoli fanciulli e che basta una piccola scintilla per scatenare l’inferno? Ormai i gesti che fanno del calcio uno sport favoloso sono diventati rari e quasi, quasi li trascuriamo perchè la polemica di un esonero o di un rigore non visto e non concesso fa più share del previsto. Che il Calcio ritorni a essere una disciplina nella sua povertà spirituale… non è mai troppo tardi per cambiare in fondo…

Raffaele

foto tratta dal web

Come una foglia…

Come una foglia e il sottile strato di brina ad renderla magica, spensierata, glorificata nel suo ultimo atto di Vita. E quel freddo che ti fa perdere ogni colore, che entra nelle membra e ti rende partecipe del suo dolore. Dopo un pò, dopo un attimo di titubanza e di lontananza dagli occhi del cielo ci si fa l’abitudine ad ogni latitudine del proprio corpo che come una esile foglia cerca solo nei passanti un ricordo, un velo di malinconia per non calpestarla nella fretta di una Vita che a volte si dimentica della bellezza della fragilità. E lo strato lunare di brina ci ricorda che spesso la malinconia è un luogo privilegiato dove far riposare la nostra felicità, tralasciare schegge infette di ipocrisia e capirsi all’interno di una lussureggiante aritmia di ricordi che profuma come la sabbia nel cuore mattino. “Ciò che siamo forse non lo saremo mai” per giunta allo scoccare del rintocco dell’ultima preghiera di mezzanotte, orfani di un universo che ci ha visti figli di una gioia smisurata ma a tratti consumata dal rancore di non aver vissuto le nostre lacrime. Ma andiamo avanti, aspetteremo il bacio improvviso della primavera quando vorrà accarezzarci, aspetteremo una promessa non mantenuta o quella poesia non ancora compresa in ogni suo lieve e immacolato verso tardivo… aspetteremo di essere spettatori, anche nel gelo invidioso e scontroso dell’inverno, della nostra timida e silenziosa bellezza.

Raffaele